Questo, oltre gli sponsor, il grande vuoto dei finanziamenti internazionali Mentre le altre federazioni e soprattutto Eurohockey e altre associazioni nazionali intercettano le risorse di Bruxelles, la governance dell’hockey italiano resta ancorata a un’economia di pura sussistenza statale, ignorando i fondi Erasmus+ e i grant europei
Nella foto la locandina con la lente di ingrandimento centrata sulla terza puntata
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Esiste un universo di risorse economiche interamente svincolato dai confini assistenziali dello Stato italiano e dai contributi ordinari di Sport e salute. Un bacino milionario fatto di bandi competitivi, finanziamenti europei diretti e sussidi internazionali che potrebbero trasformare radicalmente l’impiantistica, l’inclusione sociale e l’attività scolastica del nostro sport. Tuttavia, la governance della Federazione Italiana Hockey sembra non possedere la chiave d’accesso a questo mondo.
I dati di bilancio parlano chiaro: con entrate proprie che faticano a superare il 14%, la FIH si trova in uno stato di totale dipendenza dai trasferimenti fissi ministeriali attraverso di Sport e Salute. Una vulnerabilità strutturale drammatica, che espone il movimento a rischi altissimi in caso di futuri cambi nei parametri politici di ripartizione dei fondi.
Il dossier più scottante, Il buco nero dei fondi straordinari, riguarda il programma dell’Unione Europea Erasmus+ Sport, che ogni anno stanzia centinaia di milioni di euro per finanziare progetti legati alla promozione dei valori sportivi, alla parità di genere, alla transizione ecologica dei club e alla sinergia con le scuole. Nel bilancio federale, alla voce relativa ai finanziamenti europei diretti, compare uno zero assoluto.
La FIH manca di un ufficio bandi centralizzato o di una rete di progettazione capace di competere a Bruxelles. Di riflesso, le società del territorio – spesso prive di competenze burocratiche interne – rimangono isolate, senza linee guida né co-finanziamenti da parte della struttura centrale per accedere a queste misure.
La miopia progettuale non si limita a Bruxelles, ma si estende anche a livello continentale. La stessa Eurohockey (ex EHF)mette periodicamente a disposizione dei paesi membri i cosiddetti Eurohockey Grant: sussidi di sviluppo economico, donazioni di materiali tecnici per le attività giovanili e fondi speciali per la formazione di tecnici e arbitri. Anche in questo caso, la capacità della FIH di intercettare e convertire queste risorse in progetti concreti e strutturati appare minima, lasciando di fatto il denaro sul tavolo a vantaggio di federazioni estere ben più dinamiche.
A livello nazionale la situazione non cambia. La struttura centrale fatica a capitalizzare i bandi speciali promossi da Sport e Salute, in particolare quelli legati ai progetti sociali nei quartieri disagiati, all’invecchiamento attivo o allo sport nei parchi urbani.
La dinamica emersa dall’analisi dei flussi finanziari è quella di una federazione che si limita a gestire la cassa ordinaria. L’azione politico-amministrativa è schiacciata sulla redistribuzione dei fondi garantiti e sulla contabilità corrente. Manca una visione manageriale a lungo termine in grado di considerare la progettazione internazionale come un asset strategico di autofinanziamento.
Senza una svolta radicale, una digitalizzazione dei processi e l’inserimento di figure professionali specializzate in euro-progettazione, l’hockey italiano rimarrà confinato in una gabbia di sussistenza pubblica, strutturalmente incapace di crescere e drammaticamente esposto alle decisioni della politica sportiva nazionale. Chi, oggi in FIH. È in gradi di farlo?





