Ogni promessa è debito e dopo l’emozionante saluto di Dalila ecco l’intervista realizzata tre giorni. Il bastone è per lei, come per poche altre, un prolungamento naturale il “contatto con lui è sempre stato fluido, naturale”. Così spiega questo suo rapporto privilegiato
Nelle foto episodi salienti di una carriera irripetibile
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Parlare e scrivere di Dalila Mirabella non è mai banale. Non solo per quanto ha fatto in 23 anni di carriera, ma soprattutto per la passione e la sincerità con cui ce lo racconta.
– Partiamo dall’ultimo scudetto, il tuo terzo titolo nazionale, come hai vissuto questa stagione?
“Con grande impegno verso la società che mi ha accolto. D’accordo con Marina Khilko ho giocato le partite considerate fondamentali e sono soprattutto felice di aver adempiuto a una parte della promessa che mi ero fatta”.
– Perché dici una parte, l’impegno con te stessa non riguardava di vincere un altro titolo?
“Vinco lo scudetto e … faccio gol, questa la seconda parte della promessa. Stefano Angius me ne annulla uno regolare, come ha riconosciuto; fa lo stesso con il secondo, però giustamente perché il tiro è partito di qualche centimetro fuori area, però ha subito fischiato la fine. Togliendomi così ogni speranza residua”.
– Visto che sei in vena di confessioni sincere, ci racconti come è nata l’idea di quello shootout contro l’India ad Aversa nel 2015?
“Quello shootout lo avevo allenato quasi ogni giorno al residenziale su consiglio di Ferrara, io non lo avrei mai tirato, ma se è il mio allenatore sostiene che è meglio il pallonetto anziché il mio rovescio, quando mi manda a batterlo penso che voglia da me il meglio. Per questo ho fatto il pallonetto”.
Per chi non avesse memoria, ricordo cosa accadde nella partita del 2 luglio 2015 contro l’India, fondamentale e decisiva per l’accesso alla finale per il quinto posto, ovvero la possibilità di qualificarsi per i giochi olimpici di Rio. Va anche detto, che fu il secondo shootout dell’Italia, l’India con Vandana ne aveva già sbagliato uno, quindi non fu quello decisivo, quello decisivo, il sesto, lo sbagliò Chula Ruggieri dopo averne realizzato uno nella serie. Purtroppo per Dalila nell’immaginario collettivo è rimasto il ricordo di quella scelta che a tutti noi allora sembrò inspiegabile se non addirittura presuntuosa.
– Voi ripercorrere i punti salienti dei tuoi 23 anni di carriera?
“Ho cominciato a nove anni, mia mamma insegnava educazione fisica, era inserita nel CUS Catania, e ricordo che in quel giorno di 23 anni fa vidi Marina Vinohradova appena arrivata da noi dopo l’europeo del 2003, e sono felice di aver chiuso con la maglia numero 23, giocando con lei. Il ricordo più vivido resta lo scudetto conquistato con l’HCU Catania nel 2014 con emozioni mai più provate. Non eravamo le favorite, ma ci mettemmo tantissimo impegno e penso che ce lo siamo meritato e guadagnato. L’anno dopo per il residenziale sono andata mezza stagione alla Libertas San Saba e nell’altra metà invece ho vinto lo scudetto in Spagna con la Real Sociedad. Ancora prima ricordo il mio esordio ha 14 anni (esattamente 14 6 mesi e 29 giorni- NdR) in nazionale fortemente voluta da Fernando Ferrara che ho ripagato con il mio impegno anche quando non stavo bene e alla fine posso dire che quel torneo mi ha cambiato la vita”.
– Che torneo, cosa è successo?
“In una partita contro il CUS Pisa si era sfilacciato il legamento di un ginocchio per cui avevo deciso su consiglio dello staff medico di stare a casa, ma Ferrara insistette e mi disse che per Kazan ero indispensabile e mi avrebbero rimessa in pedi con una fisioterapia intensiva. Giocai e contro la Bielorussia su corto, a Lilliu battuta, la conclusione della capitana mi ha colpito sul collo. Altre terapie, riabilitazione. Ho frequentato un mare di fisio, e uno di loro, mi ha fatto scattare la molla, che ha deciso il mio lavoro”.
– Nella scelta di lasciare l’hockey, c’è anche il lavoro?
“Impossibile dare spazio alla famiglia, adesso ho due studi con 13 collaboratori e sto pensando di allargare la famiglia oltre Santiago”.
– Non hai pensato di giocare a Catania?
“È un tema che con Eleonora abbiamo affrontato. Giocavamo a Torino solo il week end. Abbiamo chiesto Scalisi e Richichi se ci potevamo allenare con loro, poi magari dopo avremmo giocato con loro. Ce l’hanno negato così per un paio d’anni lo abbiamo fatto con i maschi del Valverde”.
– Oltre il residenziale e la Spagna e queste esperienze di Torino Cagliari hai avuto altre opportunità di giocare fuori dalla Sicilia?
“Potevo andare alla Maryland University e giocare nella NCAA. Avevo già superato l’esame di ammissione che si svolse nella base di Sigonella, ma per gli impegni con la nazionale alla fine sono rimasta qua. Sarebbe stata una bellissima esperienza”.
– Come quelle di Torino e di Cagliari?
“A Torino le ho giocate tutte, mi sono trovata benissimo sia con le compagne che con la società in particolare con Stefano Ferrero, con Eleonora abbiamo dato il massimo però ha vinto Amsicora. A Cagliari ho trovato in Marina Khilko un’ottima persona, allenatrice e compagno di squadra”.
– Hai citato in Vynhoradova e Khilko come figure importanti, chi sono state le altre?
“Agli inizi della mia carriera a Catania, sicuramente le due Svetlana, Makayeva e Ivanova, a loro devo la crescita tecnica ma Trini Canon è stata fondamentale per quella tattica”.
– Sei proprio arrivata al capolinea?
“Te l’ho detto è come lasciar qualcuno non qualcosa, il contatto affettivo ci sarà sempre, e tutto sommato continua anche quello pratico, visto che sono stata inserita nello staff medico, come fisio, della nazionale”.
– Come pensi di superare il trauma di questo distacco?
“Anzitutto con un altro sogno. Se dovessero rifare le olimpiadi in Italia, tornerò, solo in quel caso. Anche a 40 anni, se sarò buona e mi vorranno. Non smetterò mai di allenarmi pensando a quello. Più semplicemente continuo a fare attività sportiva mi sono delicata all’atletica recentissimamente occorso la maratona da Fiumefreddo all’osservatorio dell’Etna. E poi ci sono le mie lettere quotidiane al mio caro hockey”.
Mi piace proprio chiudere con alcuni altri versi di una di queste lettere
“Ho sceso mille scale per te. /Una alla volta./ Ho quasi toccato la luna, sì le stelle e anche terra. / E poi di nuovo le stelle. Su e giù, in profondità. / Come la vita. / Ci siamo conosciuti che eri più alto di me e ora ti lascerò riposare. / Chissà se ti riprenderò mai”.









