Nella federazione internazionale o in quelle continentali tutti vertici dirigenziali arrivano dal campo. Anche in Italia, dal CONI alle FSN sino alle DSA la stragrande maggioranza dei presidenti o dei consiglieri ha giocato il proprio sport. Spesso ad alti livelli, Non è indispensabile, ma fortemente consigliato
Nella foto due candidati simbolo del confronto: Mirko Faggian hockeista da sempre figli e moglie come lui, ex capitano azzurro, allenatore in attività imprenditore sportivo e Rossella Gianfagna delegata FIH del Molise, dove floorball e lacrosse non esistono, e l’hockey sapete com’è. Dirigente scolastica, esponente locale di un partito.

(Renato Sirigu)
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Una squadra di dirigenti, io amo definirlo un consiglio d’amministrazione, non deve avere necessariamente competenze tecnico sportive di altissimi livello, ma le basi sì.
Per guidare in particolare una piccola federazione, in Italia rispetto ai giganti della popolarità e dei medaglieri, serve conoscere l’acquario in cui ci si muove. Condividere per esperienza diretta i problemi che gli attori principali, atleti tecnici e dirigenti societari vivono ogni giorno sul campo. Ecco perchè il “gioco del confronto” fra le due “squadre di candidati” non può prescindere dal percorso hockeistico di chi ambisce a governare i bisogni, la crescita e lo sviluppo dell’hockey italiano. Anche perchè amarlo profondamente – non per il proprio tornaconto, i figli o per ambizione personale – se lo hai giocato è più facile. Poi ci sono le eccezioni ma nel gruppo dei 22 candidati non ne vedo.





