Un’edizione che pesò poco sul bilancio pubblico e lasciò buoni frutti alla città. Germania Olanda si presero gli ori. Gli argenti andarono agli Oranje e alle Leonas, mentre i bronzi furono appannaggio di Kookaburras e britannici
Nella foto l’esultanza tedesca dopo la doppietta di Rabente
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Per soli quattro voti su 104 espressi Londra superò Parigi nella votazione decisiva per l’assegnazione dei XXX giochi. Divenne così la prima città ad ospitare tre edizioni. Anche Tokyo ricevette tre volte i giochi (1940, 1964, 2020) ma nel 1940 non si disputarono perché era in corso la guerra, anche se il Giappone scese a fianco di Germania e Italia solo nel 1941. Dopo l’attacco a Pearl Harbour.
Londra vinse grazi ai munifici investimenti privati, pari a 18 miliardi di dollari di allora. L’hockey potè costruire la Riverbank Arena, oggi nota come Hockey Tennis Centre – un villaggio olimpico da oltre 17mila stanze, che terminati i Giochi si trasformò in un enorme nucleo scolastico per la zona orientale della città. Ricavandone anche circa 4000 appartamenti. Un successo sportivo, economico e infrastrutturale.
Erano passati 104 anni dalla prima edizione britannica, quando nel 1908, l’allora re Edoardo, grande appassionato di sport, svolse l’incomodo ruolo di giudice nelle competizioni di scherma. Questa volta fu l’hockey a buttare sul piatto una presenza regale: la principessa Kate, futura regina d’Inghilterra.
64 erano trascorsi dei primi giochi post bellici del 1948 che videro l’esclusione di Giappone e Germania per rappresaglia verso i loro crimini di guerra.
Londra ricordava ancora i bombardamenti tedeschi e i missili V1, V2 la sigla di Vergeltungswaffe 1 e 2 – ovvero arma di rappresaglia – che vendicavano la distruzione provocate dalla RAF inglese sulle città tedesche e i loro abitanti.
Come a dire chi è senza peccato … Pensare che nell’antica Grecia i giochi erano nati proprio per sostituire o almeno sospendere le guerre tra le città elleniche.
La Germania consumò la sua rappresaglia sportiva confermandosi campione olimpica. Ottenendo il quarto oro della sua storia maschile: Per la prima volta senza un Keller in campo, ma Natascha si prese la scena, alla sua quinta olimpiade, come portabandiera nella sfilata inaugurale.
Max Weinhold; Maximilian Műller, Benjamin Wess, Christopher Zeller, Martin Häner; Tobias Hauke, Moritz Fűrste, Florian Fuchs, Matthias Witthaus, Oliver Korn, Philipp Zeller. Entrati: Oskar Decke (4’), Timo Wess (4’) Christopher Wesley (6’), Jan Philipp Rabente (6’), Thilo Stralkowski (6’). Questi I 16 di Markus Weise che, contro il pronostico, ma in piena tradizione olimpica beffarono l’Olanda.
Esemplare la tattica di Weise che bloccò ogni varco e gioca di rimessa, quando non funzionava si attivava il fattore BMW: che non è l’auto, ma sta per Beste Max Weinhold, il miglior Weinhold mai visto. Sino al capolavoro di Jan Philpp Rabente.
L’attaccante dell’UHC Hamburg partì da destra, un po’ sgraziato, però si bevve Baart Sander e Rob van der Horst prima di tagliare via anche Jolie Wouter, a questo punto il guizzo del fuoriclasse: sull’uscita di Jaap Stockmann inventò un colpo sotto in caduta che s’infilò di giustezza fra portiere e palo.
Nella ripresa l’Olanda pareggiò sull’unico corto concesso dalla Germania. Ma fu ancora una prodezza di Rabente, tocco quasi di tondo con la punta della pipa, su tiro di Hauke a regalare il 2-1, l’oro olimpico e infrangere il sogno olandese di eguagliare la Jugoslavia di pallamano del 1984. L’unica nazione a vincere negli stessi giochi torneo maschile e femminile in uno sport di squadra.
Non fallirono invece le ragazze oranje. Con due corti nella ripresa confermano l’oro di Pechino. Carlien Dirkse van den Heuvel fu davvero brava a impattare la respinta di Florencia Mutio sul drag-flick diretto di Eva de Goede. L’immagine più bella però fu il missile terra aria di Maartje Paumen.
Il colpo della capitana olandese che si schianta nel sette alla destra di Mutio resterà una delle immagini più belle di quei giochi.
L’Argentina era guidata dall’ex suellese Chapa Retegui, che si rifece con i varones 4 anni dopo. Entrambe le portiere Mutio (Catania) e Del Colle (Torino) avevano giocato in Italia. Inoltre Mariela Scarone, sorella di Ana, era di casa a Villafranca.
Molto contestata la direzione della coppia australiana Roche-Ashton Lucy. Pessima la gestione dei cartellini. Nel primo tempo graziarono Eva de Goede, recidiva, che ha aprì lo zigomo di Scarone con un drive in uscita, e soprattutto sulle azioni dei due corti decisivi: netto fallo di piede fuori dai 22, all’avvio dell’azione del primo e eccessiva liberalità nel secondo per un fallo fuori area.
La Gran Bretagna festeggiò con il bronzo femminile (3-1 alla Nuova Zelanda). Impresa che non riuscì ai maschi battuti con lo stesso punteggio dall’Australia.
L’Italia maschile venne eliminata nel primo torneo di qualificazione giocato a New Delhi. Quinta su sei, davanti solo a Singapore con punteggi pesantissimi: 0-9 dal Canada, 1-8 (Malta) dall’India, 2-7 (Malta 2) dalla Polonia, 0-3 dalla Francia. Singapore venne battuta (4-0 Salas, Nunez 2, Melato) nel girone e poi (5-0 Malta, Corsi, Nunez, Salas 2) in finale.
Fecero molto meglio le donne, sempre a Delhi, finendo terze, dietro le due qualificate Sud Africa e India. Pareggio iniziale con il Canada (2-2 Wybieralska, Padalino). Succcessi su Polonia (4-1 Ruggieri, Padalino 3) e Ucraina (2-1 Padalino, Ruggieri), poi replicato nell’inutile finale per il terzo posto ancora con doppietta di Padalino. Buon pareggio con il Sud Africa, privo della stella Coetzee e sconfitta esiziale con l’India 0-1. Alessia Padalino fu la top scorer del torneo e Lilliu il miglior portiere.





