La FIH si può fregiare di un titolo prestigioso, ma nessun può fregare il merito a Marco Carboni e aggiungo a quelli che nel tempo (da Marco Grossi, all’inizio inizio inizio, a Luciano Valdinoci, Barbara Mannino, Andrea Cinti) hanno dato una mano all’inventore del parahockey: Marco Carboni quello che per 18 anni ha tirato la carretta quasi a costo zero per la FIH
Nella foto una del coppie sempre vincenti del nostro parahockey qui Carboni e Cinti in Olanda 2022
_______________________________________
I toni pacati fanno bene alla discussione che può essere così dialogo costruttivo. Questo va riconosciuto e affermato con chiarezza. Ciò non toglie che la realtà vada rispettata. Il mondiale non è stato una competizione nuova, ma allargata a nazionali, tranne la Malesia (che ha usufruito delle consulenze pregresse di Marco Carboni) che non hanno aggiunto nulla. La pressione di un mondiale la metà di questi ragazzi (Damiani, Ciccazzo, Colasanti, Lecis, Pasquali) l’avevano già vissuta e superata nel 2018 e peraltro da più di 10 anni l’Italia non perde e neppure pareggi una partita. Il lavoro quotidiano non c’è stato, se non di pochi giorni, anzi si è verificato un continuo depauperamento nelle poche occasioni che vengono offerte al parahockey come nel “campionato 2025”: appena due squadre in campo e un solo convocato! contro le 12/14 dell’era Carboni.
È vero il carro del vincitore è quello dell’Italia, ma sul TMS a futura memoria ci sono nomi che nulla hanno aggiunto all’immane lavoro precedente. La squadra non è stata portata (fisicamente in Belgio e Olanda sì! Ci sarebbe mancato che fosse stata portata, sennò come avrebbero fatto passerella un paio di consiglieri federali?) sul tetto del Mondo c’è andata da sola grazie alle esperienze precedenti. Nessuno dei cultori del selfie ha aggiunto qualcosa di suo.





