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#storia MEDIA (6) L’OCHEI FU PIÙ POPOLARE E SVILUPPATO CHE L’HOCKEY 

Il viaggio dell’hockey fra il 1936 e il 1973 sui quotidiani e gli altri mass media si chiude con una doverosa precisazione e con il conseguente giudizio che ne emerge. Fu fatto molto più nei pochi anni prebellici e di guerra per lo sviluppo del nostro sport che nel decennio successivo. L’altro salto di qualità avvenne con l’assegnazione nel 1957 a Roma dei giochi olimpici 

Nella foto l’ochei di regime e l’hockey della prima repubblica sui giornali

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A conclusione della prima parte  (1936-1973) di questa storia del rapporto fra mass-media e hockey, mi piace fare un riflessione partendo da un articolo, forse un dettaglio, ma che consente un’analisi accurata.
Fra i tanti articoli d’epoca che ho letto e catalogato in questi anni uno mi ha colpito per un vizio comune a molti: pressappochismo e luoghi comuni.L’ho scovato sull’edizione savonese del Il Lavoro il quotidiano per cui ho scritto, molto dopo la direzione di Sandro Pertini

Nel 1956 le società affiliate della branca hockey su prato, come era definita in FIHP, erano 33 ma di queste più di un terzo 12 non praticarono mai il nostro sport, quindi le società veramente attive erano appena 22. Ecco perché le affermazioni riportate da VLF – l’articolo è sol siglato – a pag 5 nell’edizione di Savona de Il Lavoro Nuovo del 30 settembre 1970 nell’articolo dal titolo “Ormai ventennale l’attività del Savona Hockey Club1 non solo sono prive di fondamento, ma mendaci e irrispettose verso il grande lavoro di diffusione divulgazione e promozione che fu fatto in appena sette anni (1936-1943) dal governo Mussolini2 , dal presidente del CONI Achille Starace e dalle organizzazioni contigue al PNF come GUF, OND, GIL e Milizia. Simpatia o antipatia politica o altra non devono inficiare la verità storia dei fatti: 

1 – l’hockey non ebbe “sapore di importazione” perchè fu il regime a volerlo a cavallo  dei giochi di Berlino del 1936;
2 – l’hockey non fu “inviso al fascismo”. Tutt’altro il regime lo inserì subito nel 1937 con atletica leggera, canottaggio, scherma, ginnastica, tiro alla fune nella manifestazione  definita dai giornali dell’epoca “la grande polisportiva nazionale dopolavoristica” a cui presero parte oltre le 5 squadre di hockey circa 6.000 atleti dei dopolavoro di tutta Italia;
3 – l’hockey sotto il fascismo non fu non solo fu appena “tollerato ma ben poco aveva fatto per incrementarlo”. Al contrario organizzò già 1938 il primo campionato nazionale e in meno di 5 anni lo impose in una ventina di università italiane, lo incluse come sport di squadra paritario al rugby nei Littoriali, fece formare squadre oltre che ai GUF alla GIL ai Dopolavoro (OND) e alla Milizia.
Ecco per scrivere – non solo la storia o una storia, ma anche un semplice articolo bisogna documentarsi e conoscere i fatti. Non sputare giudizi avventati e partigiani. 

Un giudizio condiviso dal collega e professore associato di storia contemporanea all’università eCampus Enrico Landoni che pubblicò su L’Avvenire, di venerdì 13 gennaio 2017 un articolo dal titolo Credere, obbedire e fare sport, precisando da subito che “al di là di strumentalizzazioni e aberrazioni, l’organizzazione sportiva durante il fascismo si rivelò un modello ammirato anche all’estero… Lo sport italiano del secondo dopoguerra nasce e si sviluppa sulle radici del fascismo e di quel modello tecnico-organizzativo che, al netto delle strumentalizzazioni e aberrazioni, tanta ammirazione destò nel mondo, specie in Gran Bretagna e negli Stati Uniti”. La testata organo ufficiale della conferenza episcopale italiana non si può certo tracciare di simpatie neo fasciste.

Dal 1945 al 1956 in 11 anni di governi De Gasperi, Pella, Fanfani, Scelba e di presidenza Onesti al CONI le società di hockey – malgrado la cospicua eredità ricevuta – furono solo 22, i numeri rendono merito e demerito a chi lavorò – anche ai giornalisti, ai direttori e agli editori dei giornali – per lo sviluppo dell’hockey in Italia e chi meno. La storia del rapporto con l’informazione che ho fatto dal 1936 al 1973 ne offre la controprova.
Il risarcimento del CIO all’Italia con l’assegnazione della VII olimpiade invernale, dopo che quella del 1944 già appannaggio di Cortina fu annullata per l’infuriare della guerra, e l’ottima prova fornita dal CONI fu la molla per scegliere Roma come sede della XVII olimpiade estiva e permise all’hockey di accedere a fondi eccezionali e a godere di un’attenzione mediatica maggiore. Delusa poi dal risultato agonistico.  

  1. Da Il Lavoro Nuovo edizione di Savona del 20 settembre 1970 pag. 5 del “L’hockey venne introdotto in Italia molti anni fa, ma soltanto nell’ultimo dopo guerra cominciò a prendere piede, il suo sapore di importazione lo aveva infatti reso inviso al fascismo che lo aveva tollerato ma ben poco aveva fatto per incrementarlo. Fu così che nel non lontanissimo 1950, un gruppo di esaltati guidato da ancora da un ancora più disperato insegnante di educazione fisica, decise di dar vita a una squadra che praticasse a Savona questa specialità …↩︎
  2. Il giudizio qui espresso riguarda esclusivamente il tema hockey. Resta impregiudicata la condanna su altre condotte del citato governo, in particolare la promulgazione nel 1938 delle famigerate leggi razziali) ↩︎
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Renato Sirigu

Fra me e L’hockey è amore profondo. La scelta di chiamare Hockeylove questa creatura è la prova. L’ho giocato, l’ho insegnato, ho allenato, ho arbitrato, ho organizzato, ne ho scritto tanto quanto mai nessuno al mondo, dal 1975 ad oggi. Onesto, sincero, diretto. Come un hit bene eseguito. leggi di più sull'autore