Una vita al massimo da uomo da imprenditore e soprattuto in campo sportivo creando la leggenda degli avieri che per primi portarono lo scudetto a Roma, una città che prima di loro nell’hockey non aveva mai vinto nulla e che da loro imparò a vincere

Nella foto Vannini velocissimo e imprendibile sulla faccia e nell’esecuzione di un push
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Sandro Vannini ufficialmente è stato solo giocatore. Di fatto fu allenatore, dirigente e co-fondatore della squadra italiana più vincente di sempre – rispetto al periodo di attività – nell’hockey italiano: l’MDA. Una storia nata nel raduno preolimpico di Roma a Casal di Papa con il compagno di azzurro Mazzalupi, ma questa che racconto non è la storia dell’MDA1 è la vicenda hockeistica di Sandro Vannini.
Ala destra velocissima, infatti fu corteggiato anche dall’atletica leggera, cominciò con l’Ursus Roma per poi passare ai Totoricevitori con il genovese Bisio, che fu olimpico con lui a Roma, prima di fondare l’MDA. Grazie a un proficuo contatto con il generale Domenico Pezzi.
Prima di affrontare il personaggio hockeistico vorrei fare un passaggio sulla poliediricità dell’uomo, dell’imprenditore, del visionario.
Nella sua lunga vita, ha 86 anni, che ancora continua con carica giovanile si è occupato di oro prima con il padre che – persa la fabbrica di astucci per preziosi nella natia Bologna a causa della guerra – aveva continuato a lavorare a Roma con la Unoaeerre, poi passò alle perle e alle pietre preziose, diventando uno dei massimi commercianti mondiali, successivamente creò un’azienda di oggettistica sacra, in particolare ha ideato i calici smaltati che hanno spopolato per decenni in tutte le chiese della Terra.
Nei suoi viaggi di affari ha rischiato la vita ad esempio, quando alla scoperta di una miniera al confine fra Cambogia e Thailandia, dovette fuggire precipitosamente per l’irruzione in zona dei terribili khmer rossi, comunisti assetati di sangue occidentale, prendendo al volo con Oriana Fallaci l’ultimo aereo in partenza, lei di rientro da uno dei suoi famosi reportage per l’Europeo2.
Il giovane Alessandro, lasciata Bologna nel 1951, arrivato a Roma giocò a calcio scalando le giovanili dell’AS Roma. Nel 1958 saputo da un amico della prossima organizzazione olimpica nella capitale decise di dedicarsi all’hockey. Lo fece con la SS Ursus appena fondata con esordio l’8 marzo 1958.
Immediatamente notato dall’allenatore anglo indiano Rex Norris, che per l’Italia aveva lasciato la nazionale olandese fece il suo esordio azzurro il 29 maggio 1959 con la Jugoslavia e poi il 22 settembre nel trofeo Zovato segnando un gol in Spagna – Italia 3-2. Fondamentale per Norris – olimpionico ad Amsterdam 1928 – la sua velocità, e il colpo d’occhio che gli permetteva di fornire cross invitanti ai nostri attaccanti.
Velocità che allo stadio della Farnesina – dove si allenavano gli azzurri di hockey – fu notata anche da un assistente di Vittori il mago della velocità e allenatore di Livio Berruti che propose a Vannini di dedicarsi ai 100 e 200 metri. Lui rispose: “Dopo due anni di sacrifici nell’hockey dove mi diverto, non ci penso proprio ad affrontarne altri 4 di privazioni per andare a Tokyo 1964”.
Proprio sulla mancata partecipazione dell’hockey italiano alle olimpiadi di Tokyo Vannini fornisce la sua versione: “Giocammo a Lione un test con la Francia, nell’ambito di un triangolare con il Belgio, vincemmo 1-0. Poi i francesi pareggiarono 2-2 con i belgi. Il terzo match non venne mai disputato perchè nel frattempo il CONI aveva già sostenuto per la FIHP la spesa dei mondiali in Cile della squadra di hockey pista”. Così Brinchi Giusti allora plenipotenziario del prato in casa FIHP spiegò la rinuncia. Venne favorito il Belgio dell’allora segretario internazionale Renè Frank, poi presidente FIH dal 1966 “Un lungagnone e pure antipatico” secondo Vannini, che giunse 11° su 15.
La carriera azzurra di Vannini proseguì sino al 2-2 con il Kenya del 6 ottobre 1971 con 47 presenze esclusi i match con i club segnando 6 gol.
Ancora più importante il percorso con l’MDA con cui vinse fra il 1962 e il 1971 sette titoli a cui manca quello del 1963, che spero sia presto assegnato ex aequo a MDA e Amsicora, ovvero otto successi in 10 anni. Record mai più eguagliato. A questi poi vanno aggiunti i due dell’HC Napoli Levante assicurazioni di Torre del Geco vinti nel 1973 e 1974.
Prima però vanno ricordate le 4 coppe europee di cui due perse in finale: nel 1969 contro l’Egara 1-0 e solo ai rigori nel 1971 contro il Frankfurt 1880 perché l’arbitro francese Giraud annullò il rigore proprio di Vannini nel senso che non glielo fece tirare inventandosi un inesistente tempo di esecuzione.
Vannini non ebbe mai un ottimo rapporto con gli arbitri come testimonia la querelle con Pensosi nell’1-3 con l’HC Roma del 1971, lo scambio di battute con la coppia Busi Rubbi – bolognesi anche loro – nell’ultima partita giocata d Sandro Vannini nella sua Bologna il 20 luglio 1975: lo spareggio scudetto con la Benevenuta Bra.
Ebbe però un ottimo rapporto con l’hockey che lo ha visto protagonista per 17 anni 4 mesi e 12 giorni vincendo 9 scudetti, in attesa del decimo, una Coppa Italia, il torneo di San Isidro a Madrid davanti al Club de Polo, sfiorando due volte la Coppa dei Campioni o tenendo testa con l’MDA alle nazionali di India (0-1) e Australia (0-1) e Sud Africa (1-2).
M.D.A. La storia / R. Giorgini, P. Mannucci, L. Pinna, A. Vannini – Roma 2023





