Mauro Berruto parlamentare del partito democratico membro della commissione cultura della camera, che ha competenza sullo sport, bronzo olimpico con la nazionale di pallavolo nel 2012 e allenatore della stessa dal 2010 al 2015 ha pubblicato sul suo profilo Facebook un esplicativo post che rilancio a beneficio di tutti gli hockeisti che se lo fossero perso. Lui stesso dichiara essere “molto lungo”, ma merita i cinque minuti della lettura che impegna perché vale una standing Ovation da almeno 40 minuti.
Nella foto l’immagine scelta da Mauro Berruto per illustrare il suo dettagliato puntuale e informato intervento
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Post molto lungo, su CONI e stato di salute della governance sportiva italiana. Mi spiace, un tweet non basta. A tre giorni dalle elezioni del Presidente del Coni, quando tutti (o quasi) gli osservatori di ogni tipo si sono espressi sulla vittoria dello sport sulla politica o della politica sullo sport, sulla gerontocrazia, sullo squilibro di genere aggiungo qualche elemento, così per riflettere.
Già, perché non ci sono grossi dubbi che la governance dello sport italiano sia fondata sui parametri di cui sopra: una modalità “politica” dove qualcuno tenta di occupare spazi e qualcun altro rivendica “autonomia” dalla politica facendolo con i peggiori strumenti della politica stessa, dove alcuni presidenti federali possono essere parlamentari firmando provvedimenti legislativi che riguardano se stessi, capovolgendo il paradigma da “conflitto” ad “apologia” di interessi, dove l’età media è vicina a quella che perfino al Conclave impedisce di esprimere il voto e dove il 98% dei presidenti federali, di ente di promozione sportiva, di discipline sportive associate sono uomini. Per fare queste valutazioni è sufficiente avere degli occhi per vedere e delle orecchie per ascoltare.
Quello che voglio aggiungere, tre giorni dopo la conclusione della grande abbuffata, dei “complimenti” e dei “buon lavoro” che non si risparmiano a nessuno, è che dopo l’ennesima riproposizione di un sistema che si auto-alimenta, che si riproduce, che si nutre di se stesso e che si compiace… che cosa è cambiato?
Che cosa cambierà? Perché il mondo dello sport italiano è in preda da decenni, non certo da oggi, di una di quelle patologie autoimmuni, dove il sistema immunitario, che normalmente protegge il corpo da agenti esterni, invece attacca i propri tessuti e organi. L’unica differenza è che, nel caso della governance dello sport italiano, questo processo è deliberato, voluto, programmato ed eseguito con chirurgica precisione.
Cosa sarà, da oggi, della (in)giustizia sportiva, usata come clava per demolire gli avversari in fantomatici tribunali dove i giudici vengono scelti da chi dovrebbe essere giudicato?
Cosa sarà, da oggi, del metodo delle elezioni delle federazioni sportive, fondate sul medievale (con rispetto per il Medioevo) rapporto vassallo-valvassore-valvassino? Cosa sarà degli scatoloni pieni di deleghe, dei bus pagati da chi deve essere eletto agli elettori che arrivano da lontano, dello sterminio delle minoranze che si vorrebbero porre come alternativa, grazie a regole micidiali che funzionano perfettamente allo scopo (quello dello sterminio, intendo)?
Cosa sarà di quei presidenti che convocano i loro organismi decisionali (quei consigli federali che dovrebbero essere un governo democratico delle federazioni) una volta l’anno e magari da remoto?
Cosa sarà di quelle satrapie governate dalle stesse persone da decenni o, spesso, da ventenni (nel senso di vent’anni, non di giovani imberbi) trasformati in monarchie assolute, talvolta con successione dinastica, inscalfibili proprio per le ragioni di cui sopra?
Cosa sarà, alla prossima tornata elettorale, della questione di equilibrio di genere, di “quote verdi”, di processi elettivi realmente democratici, per esempio con il voto online, ma certamente con l’abolizione delle deleghe, della riflessione sul numero dei mandati?
Cosa sarà di quei presidenti federali che si auto-assegnano delibere di rimborsi spese da centinaia di migliaia di euro (e poi magari in pubblico si stracciano le vesti della miseria dei 36.000 euro lordi/annui di “stipendio base” definito dalle regole)?
Cosa sarà delle prossime elezioni del Coni, alla luce di queste ultime, dove il programma è passato non in secondo, né in terzo e neanche in quarto piano, raccontato da qualche paginetta che ChatGPT avrebbe scritto meglio, mentre ogni mese, settimana, giorno, della campagna elettorale è stato impiegato in telefonate, molto spesso (e senza vergogna) per conto terzi, con tanto di richieste di ritiro di candidature (che non sarebbero state funzionali ai pallottolieri) per i ruoli di rappresentanti di tecnici, atleti, organi territoriali, telefonate altresì generose di promesse, meglio se irrealizzabili, o di metodi, diciamo così, perentori e persuasivi sulla non-opportunità di stare “dalla parte sbagliata”?
Cosa sarà dell’imbarazzante candidatura di un signore che faceva il Presidente del Coni quando io avevo 9 anni (per la cronaca, ne ho 56) che alla fine ha preso 0 voti, ma che si è prestato a un giochino da far quasi tenerezza, fino a doverne uscire almeno con una simbolica “vittoria” personale (a fronte della invece esplicita dichiarazione di sconfitta di una classe dirigente dello sport che -evidentemente- non è stata in grado negli ultimi decenni non solo di rinnovarsi, ma anche solo di esprimere qualcosa di nuovo)?
Cosa sarà delle consulenze elargite, con sprezzo del merito, ai ras delle deleghe, delle assunzioni incrociate tra federazioni, in intrecci familistici di parenti scambiati, tipo figurine, fra le federazioni?
Cosa sarà degli staff costruiti per logiche “geografiche” e “politiche”? Cosa sarà della mancanza di trasparenza della gestione economica delle federazioni (invito chi lo desideri a fare un giro nella sezione “amministrazione trasparente” di alcuni siti federali)?
Chiederò al neo-Presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che cosa intenda fare su tutti questi temi quando, come mi auspico, verrà a presentare le linee guida del suo mandato quadriennale alla commissione cultura della Camera.
Probabilmente non gli chiederò che cosa pensa del rapporto fra sport e scuola, fra agonismo e cultura del movimento, fra infrastrutture che non ci sono e grandi eventi (sempre benvenuti, quando non diventano idrovore di denaro pubblico e poltronifici). Non lo chiederò, perché mi sono stufato di sentire risposte simili alle cantilene dei bambini quando sono chiamati a leggere, in piedi sulla sedia, la poesia di Natale al pranzo di famiglia.
Ciò che ho descritto lo sappiamo tutti. Lo ripeto: tutti. C’è chi fa finta di non sapere, c’è chi è talmente pregno di questo metodo e non riesce più a distinguere, c’è chi sa, ma non può dire.
E sarebbe una storia già triste così, se non fosse che federazioni e Coni gestiscono denaro pubblico. In questo caso, dunque, diventa una storia triste che riguarda non solo gli sportivi, ma ogni cittadino e cittadina di questo Paese, che il 20 settembre 2023, al 7° comma dell’articolo 33 della propria Costituzione, ha voluto scrivere: “la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psico-fisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Sono stato primo firmatario di una di quelle proposte di legge e relatore del provvedimento alla Camera dei Deputati, dopo aver dedicato poco meno di trenta anni allo sport, dal campo e rappresentato il Coni, da CT di una nostra squadra nazionale, a un’edizione dei Giochi Olimpici, medaglia inclusa.
Qualche volta, ma solo nelle giornate più tristi, mi domando se ne sia valsa la pena. Poi mi rispondo, “Sì: ne valeva (e ne vale) la pena”.
Ne valeva (e ne vale) la pena per chi credeva e ancora crede nello sport e nella bellezza ispiratrice dei Giochi, quelli Olimpici, non quelli di palazzo. Perché non è tutto così, perché nelle organizzazioni dello sport italiani ci sono donne e uomini che credono sul serio che si possa fare in un modo diverso. Ed è a loro che mi rivolgo: sappiamo tutti tutto, iniziamo a raccontarlo nelle sedi opportune.
Ne valeva (e ne vale) la pena, perché prima o poi, tutte gli inverni passano, anche quelli più lunghi, e arriva sempre quella mattina in cui ti si riempiono i polmoni di aria finalmente fresca, quella della primavera. Serve ancora un po’ di tempo, ma poi la primavera arriva. Sempre.





