Come sono composte le squadre italiane di hockey e come dovrebbero essere formate facendo un raffronto con le nazioni europee più evolute? Con un esame sul vincolo sportivo ormai prossimo a decadere senza che la FIH sia ancora intervenuta
Nella foto la tabella per un team ideale
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Possiamo enumerare cinque categorie principali legate all’età e alla provenienza degli atleti delle rose italiane sia nelle squadre maschili che in quelle femminili e tutte queste cinque possono essere divise in due sotto categorie ciascuna.
In linea teorica prendendo ad esempio altri sport più professionali, la categoria (A) ovvero la fascia di età preferibile è quella che va dai venti ai trent’anni ove un atleta raggiunge il massimo della condizione atletica e acquisisce la piena maturità tecnico tattica e la giusta dose di esperienza.
Questo gruppo che dovrebbe costituire l’ossatura di ogni rosa può essere formato sia da hockeisti/e cresciuti nel vivaio locale oppure provenienti da altri club italiani. Si potrebbe aprire il tema del vincolo sportivo oramai in esaurimento ma rimandiamo ai paragrafi successivi questo interessantissimo argomento.
La seconda categoria (B) o meglio fascia di età che non può mancare in una rosa di qualità e questo lo notiamo soprattutto in ambito europeo, è quella dei giovani talenti ovvero dei ragazzi fra i 17 e i vent’anni. Anche qui si può fare una distinzione fra i possibili futuri effettivi talenti e quelli già in essere che hanno dimostrato di possedere doti pari siano superiori a quelle espresse dagli hockeisti della categoria precedente.
Il terzo gruppo (C) indispensabile a un club ambizioso è composto dai giocatori provenienti da federazione estera, abbiano essi il passaporto italiano o meno, coloro che sono chiamati a dare maggiore qualità tecnica alla compagine. Spesso si associa a questa categoria una tipologia diversa ovvero chi arriva dall’estero ma non per chiamata professionale bensì per motivi di studio di lavoro o di altro, residenti anche solo temporaneamente nella zona di riferimento del club interessato.
Queste tre macro categorie dovrebbero costituire l’insieme di una rosa di buon livello tecnico in grado di assicurare al club di appartenenza le desiderate soddisfazioni sportive. Il fatto è che troppo spesso non solo in Italia i club non riescono a riempire le 18 postazioni magari integrate con qualche elemento di rinforzo numerico e quindi ricorrono ad altre due categorie che si pongono agli estremi delle tre precedenti.
Ci sono i giovanissimi (D) che compongono a volte la quarta categoria: sono ragazzini al limite giuridico sportivo di ammissione ai campionati maggiori che spesso hanno l’unica funzione di completare la rosa e la panchina del loro club, a volte invece sono immissioni mirate di hockeisti ancora in formazione, ma ritenuti dai loro allenatori in possesso di buone capacità e quindi meritevoli di assaporare il clima della prima squadra.
Questa carrellata prevede una categoria spesso presente non solo nelle serie inferiori ma anche in quelle maggiori. I cosiddetti veterani (E). Hockeisti di grande esperienza ed enorme volontà che si sobbarcano sacrifici non indifferenti per mantenere la forma necessaria ed offrire ancora il loro contributo ai club, a volte più raramente sono i giocatori fra i 30 e 35/38 anni quindi, visto il progressivo allungamento della longevità sportiva, atleti ancora di buono spessore fisico agonistico.
Però vediamo nell’hockey italiano una sezione non marginale di veterani che potremmo definire secondo il concetto internazionale quasi grandmaster, ovvero persone al di sopra dei quarant’anni. Che sempre meno sono un’eccezione e non contribuiscono certo alla crescita qualitativa del nostro movimento come neanche quello di altre nazioni.
Ciascuno potrà fare per la propria squadra o per quelle concorrenti le proprie analisi sulla scorta di questa tabella e vedere quali sono i parametri rispettati e quelli no. A mio parere una buona rosa di qualità dovrebbe comprendere 8/9 atleti della prima categoria (A), non più di tre della terza (C) e quindi una decina scarsa della seconda (B) per arrivare a una rosa complessiva di 20 atleti.
Altre valutazioni, ma le ritengo marginali, possono essere fatti sull’incidenza di atleti allevati o arrivati nel club o sull’incidenza di oriundi nel parco stranieri questo però è un discorso più interessante rispetto alle squadre nazionali che ai campionati. Non escludo in linea di principio l’impiego di hockeisti/e appartenenti alla prima e la quinta categoria ma non dovrebbero sempre a mio giudizio superare le quattro unità complessive in una rosa di 20 atleti.
Una rapidissima carrellata sui campionati esteri ci dice che Inghilterra Olanda Belgio e anche Spagna pongono poca attenzione alla nazionalità dei loro giocatori di club. In Germania nei team di prima e seconda divisione è molto più forte l’incidenza dei giocatori giovani ovvero di quelli che abbiamo definito i talenti (C) mentre è più bassa rispetto agli altri campionati quella degli stranieri (B). In quasi tutti questi campionati citati ogni club ha però i giocatori molto esperti quindi ben sopra la trentina (D) che si possono assimilare alla categoria dei professionali.
Chiudo queste mie personali considerazioni con il tema del vincolo sportivo. L’attuale governance della FIH si è lasciata cadere addosso il termine limite previsto del primo luglio 2025 non deliberando una opportuna normativa come invece prevede la legge (DL 89/2024 convento in legge 120/2024), occultando il problema senza quindi proporre una soluzione.
Il vincolo di lunga durata fra i 13 e 35 anni come lo conosciamo oggi è destinato a sparire; deve restare però la tutela per i vivai con la conferma magari migliorata dei parametri che concorrono a determinare l’indennità di formazione.
La contemporanea attuazione della legge sullo sport con la previsione di contratti professionali determina quello che viene definito combinato disposto, cioè la possibilità in questo caso di sostituire il vincolo esercitato da una sola parte – il club – a una modalità che coinvolga sia giocatori che società: ovvero il contratto che può avere una durata non solo annuale ma anche poliennale.
La realizzazione a cui sarà chiamata la prossima dirigenza federale deve mettere in sicurezza i patrimoni e delle società e al contempo favorire la circolazione degli atleti liberandoli da una situazione che ormai la legge non consente più.





