Un quintetto perfetto e oliato ha dato ragione alla teoria Di Guardo – Rivero che si è rifatta grande tradizione indooristica del patron Pino Palmieri. Piaccia o no quello che conta è vincere. Fra 50 anni nell’anno del centenario questo sarà ricordato come il primo titolo femminile indoor di Milano e il secondo a distanza di oltre un quarto di secolo da quello dell’HF Martesana. Nel maschile l’HP Valchisone ha scelto tutt’altra strada ma alla fine ci ricorderemo solo dei nomi del società vincitrici
Nella foto la ristretta spedizione milanese
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Milano HP porta a casa il suo primo titolo, il primo indoor della storia milanese e lo riporta in Lombardia dopo 22 anni, quando nel 2002 vinse il CUS Brescia. Anche questo offre le dimensione dell’impresa di una formazione in cui Lory Di Guardo ha sempre creduto dopo aver costruito con coach Lali Rivero un gruppo pensato per vincere.
Se la dirigente era convinta della superiorità delle sue ragazze, l’allenatrice ha creduto nel percorso. Affrontare il girone per ottenere la migliore semifinale, e così è stato, e poi giocarsi la finale con il quintetto migliore.
Senza nulla togliere alla prestazione maiuscola (è finita agli shootout) di Torino di cui ho dato conto in cronaca, ieri al termine della gara.
Comincio dalla panchina Monteleone, Olllino entrata il minimo indispensabile – mentre nel girone ha dato il suo contributo di gol e di esperienza – Marroccoli cambio praticamente unico per dare fiato alle titolari. Nessun’altra distrazione, nessuna delle giovani arrivate con l’accordo dall’accordo con Cernusco FH neppure in panchina nella due giorni di Prato. Una squadra creata per vincere secondo la “teoria Palmieri”.
Tutti aspettavamo Bormida, c’è stata, ma la protagonista assoluta è stata Raquel Huertas, come ho scritto in cronaca ha fatto e disfatto, ma alla fine è stata determinante. La sua carica agonistica in alcune situazioni ha penalizzato lei e la squadra, ma da grande trascinatrice l’ha condotta alla vittoria. Tre corti in sequenza nel secondo periodo, due rasoterra e uno no hanno indirizzato la gara. Poi i cartellini subiti l’hanno riaperta. Infin, è stata freddissima nello shootout decisivo a infilare Omegna anticipando la sua uscita, senza usare – o abusare – della veronica d’uso comune.
La savonese Bormida si è sacrificata in ogni parte del campo, la sua reattività e il suo moto perpetuo hanno messo a dura prova le torinesi che si sono trovate ad affrontarla nei suoi continui cambi sullo scacchiere. Sul pano individuale decisivo il suo guizzo del 4-2 come sullo shootout iniziale. Terza protagonista la pisana Galligani, un metronomo in mezzo al campo che ha giganteggiato in cabina di regia senza mai strafare; unico neo l’errore – ininfluente alla fine – nella sparatoria finale.
La padovana Mezzalira e Totolo, unica con Marroccoli superstite del progetto iniziale fuori uscita dal vecchio Hockey Cernusco, hanno contenuto gli attacchi torinesi e hanno dato il loro contributo in fase di costruzione. L’altra veneta, Faggion si è meritata lo scudetto nel terzo shootout imbrigliando Dalla Vittoria.





